Antonio Nocera
Biografia
Antonio Nocera nasce a Caivano, Napoli, nel 1949. Frequenta l’Istituto d’Arte, i corsi di pittura, scenografia e scultura dell’Accademia di Belle Arti di Napoli. Dal 1970 risiede a Milano; ha contatti con l’ambiente artistico di Brera e dei pittori del Naviglio, con i quali agli esordi ha preso parte a una performance in Viale Toscanini a Parma, dove espone per la prima volta nel 1972. Una successiva mostra alle Scuderie della Pilotta di Parma nel 1975, le altre in Francia, Svizzera, Inghilterra, mete di altrettanti viaggi di Nocera, ne accrescono la notorietà, segnando l’avvio di una notevole attività espositiva e lo svolgimento di importanti commissioni. Nel 1977 si trasferisce a Parma con la famiglia. Dal 1988 ha uno studio a Roma e, dal 1994, un altro a Parigi, nel cuore di Saint-Germaine-des-Prés. Il comitato per le celebrazioni del bicentenario della Rivoluzione francese nel 1989, lo invita a esporre prima al Parlamento Europeo di Strasburgo e quindi a Roma, sotto il patrocinio dall’ambasciata francese. Nel 1997 esegue le acqueforti per il volume Le Petit Chaperon Rouge e opere grafiche a favore della Fondazione Mondiale per la ricerca sull’AIDS del Prof. Montagnier. Nel biennio 1998-1999 realizza la scultura ufficiale dell’XI Congresso Mondiale dell’Associazione Internazionale di Relazioni Industriali svoltosi a Bologna, presenta un bassorilievo a Giovanni Paolo II e illustra un’edizione dei Vangeli per l’anno giubilare. Le gallerie Modula Arte di Parma, che nel 1993 aveva presentato Histoire de Pinocchio dell’artista, e Liehrmann di Liegi ospitano il nucleo d’opere Terres de lune, Terres de fable. Nel 2001 espone alla Galleria Fürstenberg di Parigi e presenta all’Università di Parma il ciclo Pinocchio e la luna. Nel 2002, sotto il patrocinio della Fondazione Nazionale Carlo Collodi, espone a Firenze, nella Nascent House di Palazzo Viviani e nella Galleria Tornabuoni, un consistente insieme di opere nella mostra dal titolo “C’era una volta e ci sarà sempre – Pinocchio e la Luna”. Il medesimo tema viene sviluppato anche nelle illustrazioni del volume “Pinocchio, storia di un burattino”, edizione con testo integrale del Lorenzini, sotto l’egida della Fondazione Collodi, diventato oggetto di rassegne itineranti da Roma a Genova, Collodi, Todi, Perugia, Parigi, Bruxelles, Liegi, Montecarlo, New York, Tokyo (2002-2003). Antonio Nocera non illustra le fiabe, le riscrive. Alle tortuose e spesso complicatissime trame ruba i personaggi; li sfila dalle linee della scrittura aprendo le prigioni del libro e del ripetitivo copione delle pagine; li scioglie dalle catene dei luoghi comuni dell’esegesi cui sono stati sottoposti e degli usi banali e ripetitivi che ne sono stati fatti, siano stati essi le zuccherose e stucchevoli animazioni americane o gli invasivi usi folcloristici e oleografici nostrani.
L’attività pressoché trentennale di Nocera è percorsa da una sorta di fil-rouge a un capo del quale si colloca il ricorrente Pulcinella, imperituro simbolo partenopeo-universale dell’essere umano con le sue debolezze e le sue astuzie, in eterna lotta per la sopravvivenza; all’altro estremo c’è Pinocchio, comparso da una decina d’anni a infoltire il gruppo degli altri emblematici personaggi – Eva, la ballerina, i teatranti, Rigoletto, Cappuccetto rosso, il Gatto con gli stivali… – anche lui vessillo fiabesco dell’immaginario collettivo, eterno burattino sempre in bilico tra l’anima di legno e quella di carne, in un dualismo nel quale è facile identificarsi. Sia la maschera napoletana che la figura collodiana hanno impliciti risvolti, veicolano messaggi allusivi alla realtà sociale, poeticamente traslati nella dimensione popolare-fiabesca. I contenuti sono costantemente affidati alla metafora, mai direttamente espliciti anche in un soggetto come la Rivoluzione francese, affrontato con diverse tecniche grafiche e pittoriche, che, in una narrazione depurata degli aspetti cruenti, procede per immagini significanti e arriva nel profondo dell’animo.
Pulcinella non è più la dolente maschera del perenne affamato, sfortunato e scaltro emblematico rappresentante di un’endemica napoletanità; diventa il funambolo un po’ lunare che, slacciato dai terreni legami col golfo, col Vesuvio e col dialetto, volteggia nello spazio correndo sul sottile filo di una linea dinamica ormai senza luogo identificabile e finalmente senza tempo. Cappuccetto Rosso e Pinocchio, fuori dalle regole delle loro storie, non sono minacciati da lupi voraci, da balene antropofaghe, da volpi imbroglione, non devono più attraversare oscuri boschi e mari in tempesta, ma volano felici fra terra e luna in uno scintillante pulviscolo cosmico. Con Nocera, quello che c’era una volta all’inizio di ogni storia ora sembra non esserci più: la storia è stata riscritta. La gigantesca ampolla di cristallo che racchiudeva, legati ai piombi delle trame, i nostri più amati personaggi, cade dalle mani di un grande ed immutabile demiurgo, narratore e carceriere, rompendosi irrimediabilmente; il fragore del cristallo in frantumi è sopraffatto dalle mille voci di gioia dei prigionieri che fuggono. Nocera li ha liberati, svuotando le segrete più scure delle pagine dei libri e lasciando che essi seguano il loro istinto a lungo represso; li ha affrancati come se avesse avvertito che i personaggi dei libri fossero stanchi di recitare e mimare da sempre la loro storia senza avere nemmeno più l’attesa di un’imprevista e rinfrescante variante della tradizione orale, e volessero, alla fine, fuggire il più lontano possibile, per vivere nuove esperienze come protagonisti di nuove storie. Ma i poveri e indifesi burattini, i teneri e piccoli personaggi delle fiabe, le minuscole creature vissute a lungo nelle mani di maghi e di fate, se non hanno più le catene delle pagine non posseggono più nemmeno la guida della scrittura e la traccia della trama sulla quale muoversi, con la sia pur metronomica e noiosa sicurezza di un tempo. Rischiano perciò di smarrirsi tra i misteri, i simboli, gli imprevisti delle foreste magiche che avvolgono ogni saga, che tagliano in due le storie di migliaia di fiabe, che insidiano e inceppano percorsi di conoscenza, che fermano e fanno perdere l’orientamento al viaggiatore, che oppongono migliaia di prove all’eroe, che tengono perennemente lontana la meta da raggiungere. A salvarli è la freschezza della loro nuova vita, la leggerezza, l’esser fatti, all’occorrenza, di solo segno e di solo colore. Lieviteranno, come se evaporassero verso lo spazio. Ma dalle fiabe non scivolano via solo i personaggi:volano via anche i monti, i prati, i fiumi, le case, gli alberi; una volta staccato il contatto con la scrittura, si fanno aerei, lievi, evanescenti, quasi incorporei, duttili e docili all’invito di Antonio Nocera. Forti della loro esperienza di persone, di animali, di piante e di cose raccontate per secoli., sapranno a loro volta, raccontarsi da soli anche senza la tragicità voluta da chi per la prima volta ha scritto di loro: le loro antiche storie si combineranno con nuove trame, nuovi viaggi, nuovi amori, nuove magiche avventure. Antonio Nocera è un lettore di libri ed un osservatore del cosmo, irrequieto e visionario, istintivamente incline al sovvertimento delle regole fisse, quelle della sintassi di una scrittura, quelle della gravità, quelle degli equilibri del creato. Il suo lunarismo è sognante, giocoso e, ad un tempo, beffardo; fluttuando egli stesso nello spazio accanto agli amici delle fiabe, riesce a fermare meteoriti in caduta, raffreddandole e irrorandole di vita, di piante, di uomini, di case. Così, per gioco, sottrae a Saturno uno dei suoi cerchi e lo offre ai suoi burattini perché possano scivolarvi dentro o scorrere sull’esterno con l’agilità di abilissimi pattinatori. La spugnosa e permeabile luna si rapprende, si consolida, dà vita e alimento alle sue creature, anche nel momento in cui è nella sua condizione di sottile falce; perché la luna di Nocera è proprio come noi la osserviamo da terra e come la rivediamo nel nostro immaginario: piena, calante, crescente, rossa, azzurra. Oggi si legge poco. Ce lo ripetono incessantemente. Non si perde così solo la possibilità di informarsi, di istruirsi, di acquisire strumenti di conoscenza, di lavoro, di libertà. Oggi si legge poco e perciò si sogna poco. La lettura, soprattutto quella dell’infanzia dei cinquantenni di oggi, è stata spesso appesantita dalla necessità di ricordare e far tesoro di quanto si era letto alla ricerca dell’utile e dell’utilizzabile, alla ricerca di una morale. Antonio Nocera legge ancora le fiabe della sua infanzia; le scompone, le stravolge, le ricompone dopo averle diluite e miscelate con i suoi sogni, con le sue visioni, con i suoi colori e le sue forme. Trasferisce le sue suggestioni a noi suggerendoci subliminalmente anche le musiche che hanno accompagnato la sua lettura del testo, la sua trascrizione figurativa, per una nostra ulteriore rielaborazione emozionale. Per un visionario come lui, insofferente di schemi e di etichette, tutte le tecniche sono di volta in volta buone per assecondare la sua creatività. Il collage gli permette di sfrenare tutta la sua frenesia di “scompositore” e ricompositore; l’acrilico pronto ad asciugarsi e a rapprendersi quasi fulmineamente appena steso sulla tela sembra suggerirgli di imprimere alla mano che dipinge velocità e dinamismo e di arricchire, ad un tempo, il quadro di quei pastosi grumi di colore sui quali l’occhio dello spettatore corre come potrebbe fare una mano alla ricerca di emozioni tattili; la faticosa fusione lo rende domatore vulcanico della materia posta in crogiuolo per squadernarsi in lamine, in superfici lanceolate, in medaglioni o per conglutinarsi in corpi sferici; l’immediatezza rapida di una matita o di un carboncino, che tratteggia sciabolando o descrive vagabondaggi curvilinei, è lì per l’istantanea annotazione di un’idea o la cattura dal vivo di un particolare. E per noi è assai forte l’emozione e il senso di libertà- quando Nocera ci rimette nelle mani i personaggi sottratti alle tradizioni popolari, agli Andersen, ai Grimm, ai Perrault, affidandoli alla nostra fantasia di spettatori, di lettori, di creatori rendendo lecite tutte le nostre digressioni, i nostri percorsi, le nostre reminescenze suscitate dal primo affascinante e disorientante impatto con la sua opera. Rivedremo forse in Pulcinella che corre, finalmente felice, il dinamismo delle forme nello spazio di Boccioni; risentiremo il tecnicismo morbido delle ballerine di Degas; scorgeremo involontariamente il costruttivismo ludico di Depero; avvertiremo echi dello schematismo ossessionante di Kodra; rivivremo la sognante indisciplina di Chagall. E riascolteremo la musica di Stravinskij e di Ravel, di Schoenberg[2] e di Hoist, immaginando complicità e intese anche musicali con l’artista come ulteriore tramite comunicativo tra lui che compone, dipinge e scolpisce e noi che ne guardiamo l’opera, spinti in queste felicissime divagazioni dalle sonorità stesse di alcune sue creature squillanti, come in un suo indimenticabile spicchio di luna che “tintinnabula” nel cielo. Esistono queste reminiscenze che a noi è parso di veder riaffiorare e queste complicità simpatetiche di ascolto? Forse no. Ma è stato lui, Antonio Nocera, con la sua libertà di interpretazione ad autorizzarci, a spingere noi spettatori della sua opera alle più libere e alle più stravaganti interpretazioni. Non c’è, allora, nelle sue creazioni solo la trasmissione di quella che Kandinskij chiamava vibrazione interiore, c’è anche l’invito a leggere, ad ascoltare e a guardare, per ricreare noi, ciascuno con la propria fantasia, una personale variazione sul tema di una fiaba.

